Mio Malgrado

Ultimamente, tutte le mattine intorno alle nove, ricevo una fotografia da Pietro Bologna.

Penso che le cose fotografate si trovino a Milano sud, tra relitti di campagna, notizia che dovrei trascurare sdegnosamente, come una mancia insidiosa.

In realtà questa mancia la intasco, come se una cosa e il suo luogo potessero essereuna garanzia, retaggio di un pensiero doppiogiochista. Posso assicurare, comunque, che non la spendo, con ciò evitando il sospetto di corruzione.

Mentre guardo le sorprendenti immagini di Pietro Bologna, sono consapevole che mai più esse saranno culo e camicia con la loro cosa e che mai più torneranno indietro, nella terra d’origine, terra di nessuno. La loro patria è lo sguardo dei viventi, universo sterminato, ultimo luogo di sviluppo della creazione.

Al proposito, si può stare certi che riportare le immagini verso il luogo d’origine sia frutto di rimorsi infondati, vana sanatoria, come chi facesse penitenza ancora prima di peccare.

In questo senso Pietro Bologna è un peccatore vero, uno che, come vedremo, non torna sul luogo della cosa, né usa l’immagine come un giro di boa, ma si allontana nella direzione che l’immagine addita, fino a dissolversi in essa, operazione con conseguenze mirabili.

Penso che Pietro Bologna si allontani dalla figura quando s’intaglia che essa sta per ridiventare una cosa, esattamente una cosa fotografica, la quale, in modo furbo, alla scuola del rotocalco, si mescola nella folla, così che le forme tridimensionali, viventi, non si distinguano dalle fate morgane, superfici illusioniste, un mix pauroso nel quale, dantescamente, uno abbraccia, in percentuale, fantasmi.

In quanto nuova cosa la fotografia è la disfatta dell’istante, non la sua glorificazione.

L’istante della fotografia è una preda beffarda, scaltrissima lepre che lascia in mano al cacciatore la sua vuota figura, poi appesa alla parete dei trofei, nuova babele.

L’istante, quando è colto, è morto e il clic clac dell’otturatore è un piccolo colpo di fucile.

Ciò che l’obiettivo della macchina non fa, lo dovrà fare il pensiero.

Tocca al pensiero ricercare nella figura ciò che, ancora una volta, è sfuggito.

In quest’impresa Pietro Bologna sembra scoprire che l’intimità di una figura non è più una figura ulteriore, ma un movimento di nascita, ombre che, dentro al guscio dell’uovo, aspettavano la luce fioca di una candela geniale.