di bianco silenzio


Quando la natura viene interpretata dall’uomo, costruendo in questo modo le immagini dell’arte, salvandole in forme che ne fissano forza ed energia, l’artista è colui che usa la tecnica per scoprirne i molteplici livelli di visibilità, consapevole di percorrere un complesso incrocio di superfici visibili e invisibili. Le opere di Pietro Bologna, accettando questa sfida, e comprendendone la radicalità teorica, scavano in quella natura che, come scrive il poeta Paul Valéry, “è tutto e qualsiasi cosa, tutta semplicità, tutta complessità; sottraendosi alla veduta d’insieme, come sfidandoci nel particolare; risorsa e ostacolo, padrona, serva, idolo, nemica e complice – sia che la si copi o la si riordini, che la si prenda come materia o come ideale. Essa è, in ogni momento, vicina, intorno all’artista, con lui, contro di lui – e nel proprio seno opposta a se stessa”.

Le arti figurative hanno senza dubbio avuto, nella storia spirituale dell’Occidente, una funzione narrativa: se la retorica della parola usava le “figure”, la retorica dell’immagine doveva allora utilizzare i colori, dal momento che sono questi a sottolineare le funzioni qualitative del reale, il suo senso emotivo ed estetico. D’altra parte, ed è in questa tradizione che si inserisce il lavoro di Pietro Bologna, vi è nell’immagine che interpreta la natura, che guarda alla sua eternità e non alla contingenza della storia, anche il senso di un’eternità simbolica che pone il visibile in comunicazione/frattura inestricabile con l’invisibile. In queste immagini, quasi icone, o astratti segni emblematici, che segnano delle cose i due lati e al tempo stesso la tensione verso un’impossibile unità, vi è, a prima vista, una duplice fissità: quella delle tecniche, che non ammettono variazioni di rilievo, e quella dei soggetti naturalistici, considerati in quanto “mezzi” che tendono a un modello di cui sono soltanto traccia. Le fotografie di Pietro Bologna utilizzano tuttavia queste caratteristiche dell’immagine non per “fissare”, ma al contrario per  tenere vivo, anche nei suoi aspetti misterici, il problema teorico della figurazione, quel substrato simbolico che in essa unisce visibile e invisibile, non riducendo la figura stessa alla visibilità, alla riproduzione, alla mimesis. Senza questo substrato, l’immagine fotografica sarebbe un’immagine come tante e non invece quel che qui vuole essere, cioè una figura mitica che ha in sé il senso della natura come “matrice”. L’uso speculare del bianco e del nero, il gioco sapiente tra il visibile e l’invisibile sono la traccia dell’origine extra-rappresentativa dell’immagine, che non abbandona tuttavia il suo valore di presenza, la sua forma qualitativa.

In questa direzione il bianco e il nero non soltanto colori/non colori, ma il possibile allo stato puro, e proprio il possibile come lo intende Leibniz, cioè energia spirituale e tensione materica, possibile che è sviluppo e non staticità della forma. Per cui, i “bianchi” e i “neri” di Pietro Bologna incarnano la possibilità dinamica del figurale, la sua bipolare e simbolica morfogenesi: la forma diviene secondo una direzione che, prima degli stili, e delle stesse tecniche, vuole comprendere la qualità produttiva della natura, una qualità originaria che si ripropone nella semplicità dei tratti, e che rifiuta, nella consapevolezza che la verità è alla superficie delle cose, l’equivoco della rappresentazione, della riconoscibilità, del mimetico, richiedendo una forma più profonda di presenza e di empatia. Come è noto, Leon Battista Alberti tende a ricondurre il pittorico al “disegno”, attestandone il senso razionale, descrittivo, formale. Le opere di Bologna vogliono invece ricordare che le immagini possono essere qualità pura del possibile, genesi della forma che ne esprime  le stilizzazioni profonde e che, di conseguenza, affronta la questione dell’informe e dell’irrappresentabile non come contrari dialettici del formale e della rappresentazione, bensì in quanto suoi elementi costitutivi originari, esplicitando i quali l’arte figurativa conduce sulle strade della “formazione”, all’interno di una metamorfosi della forma che è simbolo della metamorfosi stessa del pensiero, della sua radice sensibile, di una forza formativa che fonda la presenza della natura, attestandone sempre di nuovo il senso di possibilità.

La fotografia diviene qui sforzo di conoscenza, tentativo di interpretazione conoscitiva della relazione tra l’uomo, la storia e la natura. Cogliendo gli aspetti “invisibili” di quest’ultima, quindi la sua essenza più segreta, ciò che l’occhio umano senza l’intervento dell’artista, e della sua “sapienza”, non saprebbe vedere, la fotografia permette di conoscere la qualità delle forme, il senso veritativo del reale, che non si esaurisce nella sua “verosimiglianza”. D’altra parte, in questa indagine sui misteri delle forme, che vogliono afferrarne ciò che Klee chiamava gli “intramondi”, le opere di Pietro Bologna sono l’ingresso dell’uomo in un mistero, inafferrabile nella sua immanenza. Sono il simbolo di una ricerca segreta nelle cose, nel mondo, nei fenomeni che vuole  interpretare le forme generando forme nuove. E’ scritto a margine di uno degli ultimi disegni di Klee: “Bisogna che tutto sia conosciuto? Ah, io non credo”. Seguendo questa strada, e quasi ricordando le parole di questo grande artista, il lavoro di Bologna offre con le sue immagini, allo sguardo e al pensiero, il senso profondo di un “silenzio che urla”.

Elio Franzini


Viene inoltre pubblicato un libro per la collana Archivi di Azibul


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Ho creduto importante documentare l’azione,  origine del lavoro.